Enrico Lucchini nasce a Bagnella, piccola frazione di Omegna l'11.11.1934 e muore ad Omegna per malattia il 7.7.1999.
I genitori, Lucchini Salvatore Tecnico e Giuntista della ditta Sirti (società telefonica) a Milano e Mora Giuseppina Casalinga, non avevano alcun rapporto con la musica.
Enrico, finite le tre "scuole di avviamento" a 14 anni, venne assunto dalla Bottega del Fabbro; era un lavoro molto pesante da poco era finita la guerra e correvano tempi duri per la popolazione.
In casa non c'era la radio e quello che si poteva scoltare in giro era solo musica melodica, il jazz ancora non sapeva cosa fosse.
A 16 anni cambiò lavoro, andando a lavorare per la ditta Cardini (famosa per le giostre giocattolo) e lì, tra una pausa e l'altra, si portava con sé due bacchette di legno fatte in casa... iniziò così la sua passione per la batteria.
Sempre a 16 iniziò a suonare con qualche gruppo di musicisti alle feste di paese, poi nel '55 avvenne una svolta per la sua carriera di batterista.
Forma un quartetto con musicisti di Omegna, il chitarrista è il fratello Enzio Lucchini.
In quel periodo il locale più in voga della zona era "La Perla", sulla sponda del Lago d'Orta, che scritturò il quartetto che ebbe un successo strepitoso.
Siamo nel 1959, il proprietario della Taverna di Ascona (Svizzera) ingaggiò il quartetto per la stagino estiva.
E' così che Enrico iniziò la sua carriera da batterista girando tutta l'europa ed il medio oriente.
Nel '68 lascia il gruppo e si trasferisce a Parigi. I primi tempi furono molto duri, lì nessuno lo conosceva; trovò lavoro con orchestre che facevano galà (serate).
Frequenta la scuola di Dante Agostini, famoso per i suoi metodi di Batteria, dove si distinse subito e nel giro di pochi mesi fu "promosso" assistente dei due grandi maestri Dante Agostini e Kenny Clarke dai quali apprese l'arte ed i trucchi del mestiere. Qui conosce alcuni tra i migliori batteristi del mondo jazz oltre a Kenny Clarke anche Philly Joe Jones ed Elvin Jones.
Dopo 8 anni lascia Parigi e rientra in Italia. Si presenta al "Capolinea" di Milano (famosissimo locale Jazz), affitta una stanza ed inizia a dare lezioni di batteria.
Ed è proprio in questo locale del Capolinea, non arredato ma con solo una batteria, che inizia a sfornare i migliori batteristi oggi in Italia.
Enrico non ha mai fatto pubblicità, non ha pubblicato metodi o video didattici ma nonostante questo il suo nome ha rapidamente fatto il giro d'Italia, e tutt'ora il nome di Enrico Lucchini è sinonimo del "Maestro".
Claudio Saveriano, allievo e poi suo collaboratore alla scuola "Centro Vercelli Musica" ha scritto:
«Quando Enrico arrivò a Milano negli anni Settanta, la batteria in Italia cambiò volto. Si deve a lui infatti l'evoluzione di una vera e precisa tecnica, che prima era sconosciuta o legata all'estro del momento, ma soprattutto di un modo di insegnare unico, che lascerà un ricordo indelebile. Enrico usava un metodo che potrei definire "psicologico", con il quale inquadrava l'allievo e lo indirizzava a studiare secondo le proprie tendenze e capacità... senza costrizioni, incanalandolo, tramite studi jazz, verso la completa comprensione del problema trattato. In pratica insegnava a gestire lo strumento e diceva: "deve diventare parte di te stesso". Non è un caso che non ci sia un suo allievo - e sono tanti - che suoni allo stesso modo di un altro. Questo era uno dei segreti della scuola Lucchini.
Ho frequentato Enrico per vent'anni e posso affermare che la grandezza di quell'uomo consisteva proprio nel suo saper intuire cosa poteva esprimere l'allievo e nel trovare, ogni volta, il modo migliore per fargli "tirar fuori le cose giuste". Insegnava la batteria, ma insegnava anche a vivere, a essere un musicista vero e onesto. Per lui non c'erano confini di demarcazione tra i vari stili che hanno fatto la storia del jazz. nonostante alcuni sostenessero il contrario. Tutto procedeva naturalmente, come per un'evoluzione spontanea. Sapeva trarre ispirazione anche dal Dixieland per costruire quelle sue favolose e intricatissime frasi da capogiro.
Era un uomo generoso che si celava sotto la maschera del disincanto. Preferiva negarsi. La sua amicizia era un dono prezioso. Io sono orgoglioso di aver studiato e collaborato con Enrico, di aver imparato tanto da lui, di aver scambiato idee e opinioni.
I suoi jazzman favoriti erano Elvin Jones e Roy Haynes, ma per arrivare a loro aveva percorso tutta la storia del jazz. È per questo motivo, per questa solida cultura trasmessa, che in seguito i suoi allievi riuscivano a superare soglie successive con relativa facilità. Non si può "fare" Dave Weckl se non si è passati attraverso l'Elvin di Enrico Lucchini.
Noi della scuola di Vercelli abbiamo perso una colonna, un uomo, un maestro, un amico che non potremo mai sostituire. Qui aveva iniziato a insegnare nel '93 e sotto la sua guida sono passati decine e decine di allievi provenienti da tutt'Italia. Avevamo anche in progetto di realizzare un metodo insieme. In sua memoria il Centro Vercelli Musica dedicherà a Enrico Lucchini la propria scuola.»
Ellade Bandini, in una sua intervista, disse di Enrico:
«Di Enrico Lucchini - il più grande maestro di batteria che l'Italia ha mai avuto - conservo un ricordo particolare, che risale a quattro mesi prima della sua morte. Andai a casa sua e stetti lì un giorno intero. Un bel posto da dove si vedeva il lago. Io ero in crisi. Lui anche ed in più, probabilmente, sapeva già del male che aveva. Fece un buon piatto di spaghetti al pomodoro, bagnato da un eccellente "cabernet" e ci mettemmo ad ascoltare un vecchio "live" di Coltrane con Roy Hayens ai tamburi. Ascoltammo per 5 volte consecutive il secondo brano del CD senza proferir parola, semplicemente sorridendo, facendo facce sorprese ed approvando con la testa il capolavoro che stavano costruendo Trane ed Haynes.
Eravamo in crisi ma la musica è grande e ci scaldò i cuori e l'anima. Lo sentii telefonicamente per altre tre o quattro volte.
L'ultima, mi salutò pregandomi di non chiamarlo più. Lui era il "bastian contrario", il burbero brontolone; però quando vedevi dei ragazzi che suonavano con un'impostazione invidiabile, per l'80% erano stati allievi di Enrico. Quando icidevo al "Cap Studio", sala attigua al "Capolinea" (dove lui insegnava), ogni tanto me lo vedevo arrivare, ed io cercavo di scusare la mia impugnatura "naif". Ma la sua reazione era sempre identica: "C..., non rompere i c..., fai suonare questa c.. di batteria da far paura. A proposito, quando hai tempo sali su che ho un paio di 'bocia' ("ragazzini", in milanese, n.d.r.) da farti sentire".
I "bocia" erano un Christian Meyer di 11 o 12 anni, che suonava gli assolo di Buddy Rich senza fare una piega ed un Elio Rivagli di 17, che elaborava frasi di un noto metodo, facendo discorsi ritmici sempre nuovi.
Dopo, quando i ragazzi andavano via, Enrico mi mostrava gli studi che stava facendo. Roba per pochi. Tanti insegnanti di questo strumento parlano di queste cose. Lui le faceva realmente vedere.»